Birmania. La terra del sorriso ( Trekking per NyaungShwe )



NYAUNGSHWE – 10 novembre
Dopo 3 giorni intensi riprendo a scrivere.
Iniziamo il trekking alle 8.30 di mattina del 7 novembre, appuntamento fuori l'agenzia EverSmile a Kalaw con le nostre valigie che verranno spedite direttamente all'hotel a NyaungShwe.
Un furgoncino ci porta fuori Kalaw dove, insieme ad Alessia, un'altra italiana veniamo accorpati al gruppo che il giorno prima aveva iniziato il trekking di 3 giorni (il nostro è solo di due), l'avventura può iniziare. 

Camminiamo per le campagne birmane, dove i contadini usano mezzi e metodi tradizionali, carri trainati da buoi, uomini che ricavano il riso dalla pianta sbattendo la stessa contro le pietre, donne che cuciono vestiti per quasi tutto il giorno per soli 3 euro al giorno, sentieri selvaggi e pastori con le proprie mucche.





In un villaggio sperduto dal padreterno, con case fatte di bamboo, ci imbattiamo, appese alle pareti esterne delle case, in grandissime pubblicità di multinazionali come CLEAR e KNORR, con il bel faccione di Cristiano Ronaldo in bella mostra. La guida ci spiega che i proprietari delle case sono contenti perché questi grandi teli colorati abbelliscono le loro case.

Camminiamo per 3 ore circa per poi fermarci in piccolo villaggio a mangiare. Noodles, avocado con crema di non so cosa, patate e altre cose veramente deliziose. 


Chiaramente essendo molti campi coltivati con peperoncino piccante, lo stesso non poteva mancare a tavola. Penso che la mia vicina di tavolo, inglese, abbia mangiato più peperoncino lei in 3 pasti che io in un anno intero.


Dopo una breve pausa ricominciamo a camminare e, senza fermarci, in 3 ore arriviamo al villaggio dove passeremo la notte. Prima però andiamo a vedere il tramonto da una collina vicina, uno spettacolo meraviglioso, la vista sulle terrazze coltivate, i contadini che tornano alle loro case, tutto ciò mi fa pensare a quanta bellezza abbiamo perso, seppur abbiamo guadagnato in altre cose, per il progresso.

Arriviamo al villaggio, sporchi, affamati e stanchi. Per la prima cosa NO PROBLEM, ci fanno vedere dov'è la doccia, praticamente un recinto basso di mattoni a delimitarla, nessun doccione, nessun rubinetto, solo un secchio da riempire nel bacino accanto e un piccolo contenitore per versarsi l'acqua addosso. Essendo in 10, ed essendo gli ultimi a fare la doccia, io e Annamaria la facciamo completamente al buio. Una bella esperienza wild per me, un po' traumatica per Annamaria.

 Mangiamo seduti in un tavolo all'aperto, più o meno le pietanze del pranzo e dopo le guide propongono una partita a carte. Ora ci sono due problemi:
- Non so giocare con le carte francesi a qualcosa che vada oltre il burraco
- Non parliamo che qualche parola di inglese, quindi anche spiegandolo il gioco non capirei niente.
Però mentre la guida spiega il gioco capisco che è la variante di un gioco a cui in Italia abbiamo giocato varie volte (lupus in tabula). Ok, giochiamo e vinco, anche se è un gioco dove si deve anche discutere, e quando mi chiedono perché non discuto gli dico che è perché non so parlare in inglese. Ecco questo diventerà il leit motif del giorno seguente. Non ci possono credere che davanti a loro ci sono due persone che non sanno parlare in inglese, la guida mi dice che si ricorderà per sempre di me per questo motivo, un altro mi chiede come faccio a viaggiare senza conoscere l'inglese. Ok, penso sia arrivata l'ora di impararlo.
Andiamo a dormire in una stanza adibita a dormitorio dove i letti non sono altro che coperte buttate per terra. 


Dormo poco per la scomodità del giaciglio, Annamaria forse dorme ancora meno. Sveglia alle 6.30 e colazione annessa con un purè di cipolle e patate e siamo pronti per partire. 

Lasciamo il villaggio dove il ritmo del lavoro e delle giornate è scandito ancora dalle ore di luce e di buio e ci incamminiamo verso il lago Inle. Prima di poter entrare nell'area protetta bisogna pagare una sorta di pedaggio (10 $ o 13500 kyat). 

Dopo 5 ore di cammino quasi ininterrotte, dopo due mie cadute, stremati arriviamo al lago, dove dopo un breve pranzo prendiamo delle barche per raggiungere NyaungShwe, ci fermiamo però prima da un orafo che ci spiega la lavorazione dell'argento e poi in un negozio di tessili, dove incontriamo le donne dai colli allungati da anelli di bronzo indossati fin dall'infanzia. 









Queste due fermate, molto interessanti, ci sono costate care: durante il tragitto sul lago infatti vediamo dei nuvoloni minacciosi addensarsi su di noi e avanti a noi. A metà del percorso, infatti, inizia una pioggia densa, con gocce che sembravano chicchi di grandine e senza alcuna possibilità di riparo… penso di non essere mai stato così bagnato fradicio. All'improvviso il barcaiolo spegne il motore, attimi di panico, non funziona più? Rimarremo sotto la pioggia per sempre? Ci verranno a salvare? Remeremo a braccia? In realtà impietosito dalla nostra condizione è andato a prendere 3 ombrelli a prua, 3 ombrelli per 5 persone, il riparo era minimo e il vento faceva increspare le onde facendo ondeggiare pesantemente la piccola imbarcazione.
Una situazione da romanzo di Hemingway. Fortunatamente arriviamo sani e salvi, ma molto bagnati, prima a riva e poi all'hotel. 
 Laviamo quello che possiamo lavare e andiamo a cenare con gli amici del trekking da un indiano che si fa che si fa chiamare Eminem. Si aggrega con noi un amico della guida, italiano anche lui. In pratica da quando eravamo gli unici a non parlare inglese ad un certo punto scopriamo che molti parlano italiano bene o meno bene e quindi al tavolo inizieranno a parlare quasi tutti in italiano… per la nostra gioia. 
 Dopo la cena a dormire, stanchi morti.

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